BIOGRAFIE DEI GIUSTI

DON ALDO MAURI, NATALE POLONIA, ERNESTO SANBRUNI

Onorati nel Giardino di Bovisio Masciago il 27.03.2022

Alla SNIA lavoravano più di 80 prigionieri di guerra congolesi che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, rischiavano la deportazione o la fucilazione: con l’aiuto del dirigente della SNIA, l’ingegner Bruni, don Aldo, Natale ed Ernesto prepararono due autocarri della ditta per mettere in salvo i prigionieri. Caricati i congolesi, i due dipendenti partirono la notte dell’11 settembre alla volta del confine svizzero; il mattino seguente varcarono la frontiera, probabilmente con l’aiuto del gruppo scout delle Aquile Randagie, di cui don Aldo faceva parte.
I Tedeschi, scoperta la fuga, non ci misero molto a trovare i colpevoli: Natale ed Ernesto furono arrestati, malmenati e rinchiusi in carcere per alcune settimane, con rischio di deportazione, mentre don Aldo si rifugiò nel collegio “De Amicis” di Cantù.
La loro fu un’azione coraggiosa, dettata dal profondo senso di solidarietà e dalla volontà di agire rettamente anche di fronte a pericoli certi: per questo furono dei Giusti.
Nella foto Don Aldo Mauri.

Motivazione indicata nella targa commemorativa:

“Cappellano e operai del Villaggio SNIA, per aver salvato 80 prigionieri di guerra congolesi dalla deportazione”


MALALA YOUSAFZAI

Onorata nel Giardino di Bovisio Masciago il 27.03.2022

Malala Yousafzai nasce il 12 luglio 1997 a Mingora, in Pakistan.
La sua famiglia si distingue per la vivacità intellettuale e la passione politica: il padre è insegnante e attivista per i diritti umani.
Alla fine del 2007 i talebani invadono la valle dello Swat, dove vive la famiglia Yousafzai, e impongono un severo regime integralista che nega ogni diritto alle donne. Malala e la sua famiglia fuggono dalla loro città a causa della guerra tra talebani e governo pakistano.
All’età di tredici anni Malala inizia a collaborare con i media locali e internazionali: nelle pagine del blog intitolato Ho paura, dell’emittente britannica BBC, la studentessa pakistana denuncia le oppressioni e i soprusi dei talebani, e si batte per il diritto di andare a scuola.
Malala diventa un personaggio scomodo agli occhi degli integralisti talebani. Il 9 ottobre 2012 un gruppo di uomini armati sale a bordo del pullman della scuola su cui lei tornava a casa e tenta di ucciderla, ferendola gravemente alla testa e al collo. Ricoverata nell’ospedale militare di Peshawar, Malala si salva dopo una complessa operazione chirurgica, ma è costretta a vivere all’estero. L’attentato non la intimorisce, anzi la rende ancor più determinata nella sua battaglia: trasferitasi in Gran Bretagna, la ragazza continua a far sentire la sua voce.
Il 12 luglio 2013, in occasione del suo sedicesimo compleanno, Malala tiene un discorso alla sede dell’ONU a New York, dove ribadisce il proprio impegno nella lotta per il diritto allo studio e invita a combattere la povertà educativa (non solo femminile).
Il 10 ottobre 2013 è insignita del Premio Sakharov per la libertà di pensiero; nel 2014 vince il Premio Nobel per la Pace. Si laurea all’Università di Oxford nel 2020 in filosofia politica.

Motivazione indicata nella targa commemorativa:

“Per aver difeso i diritti di tutte e tutti, soprattutto quello all’istruzione, con la sola forza delle parole”


GINO BARTALI

Onorato nel Giardino di Bovisio Masciago il 27.03.2022

Gino Bartali nasce nel 1914 a Ponte a Ema, un paesino vicino a Firenze, dove trascorrerà gran parte della sua vita.
Nel 1927 comincia a lavorare in un negozio di biciclette e, usando in parte i suoi guadagni e con l’aiuto della famiglia, riesce ad acquistare la sua prima bicicletta. E’ così che, pedalando sulle colline toscane, comincia a sviluppare e poi raffinare le sue doti di ciclista e di corridore. Nel 1931, all’età di 17 anni, vince la sua prima gara; a 21 anni esordisce come ciclista dilettante e nel 1934 diventa campione della Toscana. Inizia a essere un corridore professionista nel 1935 vincendo il Giro d’Italia nel 1936 ma, valuta l’idea di abbandonare la carriera a causa della morte del fratello durante una gara dilettantistica. L’anno seguente viene nominato capitano della Nazionale per il Tour de France. La sua carriera è inevitabilmente condizionata dalla seconda guerra mondiale, infatti il regime fascista lo obbliga a saltare il Giro d’Italia del 1938, per preparare il Tour de France nel quale trionfa ma, non avendo nessuna simpatia per il regime, non dedica la vittoria al Duce, come sarebbe stato d’obbligo. Di conseguenza, al suo ritorno in Italia, non riceve gli onori che gli sarebbero spettati.
Costretto a vedere numerosi corpi senza vita e continue deportazioni di ebrei, nel 1943 si impegna in favore dei rifugiati ebrei come membro dell’organizzazione clandestina DELASEM compiendo numerosi viaggi in bicicletta fino ad Assisi, trasportando documenti e foto tessere nascosti nei tubi del telaio della bicicletta affinché una stamperia segreta potesse falsificare i documenti necessari alla fuga di ebrei perseguitati; insieme a lui lavoravano alcuni aiutanti insospettabili come frati, suore e sacerdoti. Bartali diventa il “postino della salvezza”; il movimento di resistenza trova per lui un ruolo perfetto. Per tutto l’anno successivo egli percorre centinaia di chilometri, nascondendo documenti di vitale importanza, in alcune occasioni anche accompagnato dai suoi compagni d’allenamento, i quali non sapevano nulla. Quando venivano fermati a qualche posto di blocco,  egli teneva occupate le guardie chiacchierando di ciclismo e, se qualcuno accennava a controllare la sua bicicletta, li convinceva a non farlo dicendo che era stata “creata in modo da adattarsi alle sue caratteristiche di corridore per raggiungere la massima velocità possibile”.
Ma questo, per Bartali, non è abbastanza; nasconde quindi una famiglia ebrea, i Goldenberg, nella sua cantina fino a quando Firenze non viene  liberata, nonostante i tedeschi stessero uccidendo chiunque collaborasse con gli ebrei.
Alla fine della guerra, nonostante si pensasse che la sua carriera fosse finita, a causa della sua età, Bartali vince il Giro d’Italia, il Giro di Svizzera, la Milano-Sanremo e il Tour de Suisse e il Tour de France del 1948, dieci anni dopo la sua prima vittoria. 
Gino Bartali muore il 5 maggio 2000, a 85 anni, a causa di un attacco cardiaco, nella sua casa di Firenze; verrà poi sepolto nel cimitero di Ponte a Ema.
Per molti anni, dopo la guerra, non parlò con nessuno del ruolo avuto nel salvataggio di centinaia di persone. Egli condivise solo pochi dettagli con il figlio Andrea; fu solo dopo la sua morte che il suo contributo venne alla luce.
Questo non è una sorpresa, visto che Bartali ha sempre esitato a raccontare la sua storia anche al figlio, e che quando glielo rivelò gli ordinò prontamente di non condividerla con altre persone.”Il bene si fa ma non si dice”, aveva spiegato al figlio chiedendogli di raccontare la sua storia soltanto a tempo debito. Nel tempo però si fecero avanti diversi uomini salvati da Bartali e il suo lato eroico iniziò a emergere.Il figlio Andrea ha ricordato in un’intervista che quando chiese a suo padre perché non poteva parlarne con nessuno, egli rispose:‘’Devi fare del bene, ma non devi parlarne. Se ne parli, stai approfittando delle disgrazie altrui per il tuo guadagno’’. Quando poi Andrea gli fece notare che le sue azioni erano indubbiamente eroiche, lui rispose:“No, no, voglio essere ricordato per i miei risultati sportivi. I veri eroi sono altri, quelli che hanno sofferto nella loro anima,nel loro cuore, nel loro spirito, nella loro mente, per i loro cari. Questi sono i veri eroi. Io sono solo un ciclista”.
Nel 2006 per il coraggio e l’umanità dimostrata, è stata conferita alla memoria di Gino Bartali, dal Presidente della Repubblica di allora Ciampi, la Medaglia d’oro al valore civile. Nel 2013 gli è stata riconosciuta dallo Stato di Israele l’importantissima onorificenza di Giusto fra le Nazioni dallo Yad Vashem, il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell’olocausto fondato nel 1953, per aver rischiato la vita pur di salvare quella di oltre 800 ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Motivazione indicata nella targa commemorativa:

“Per aver contribuito al salvataggio di 800 persone tra settembre 1943 e giugno 1944.”


LILIANA SEGRE

Onorata nel Giardino di Bovisio Masciago nel marzo 2020

Liliana Segre nacque a Milano nel 1930. All’età di 8 anni, in conseguenza delle “leggi in difesa della razza”, venne espulsa dalla scuola; fu deportata ad Auschwitz-Birkenau il 30 gennaio 1944, partendo dal binario 21 della stazione Centrale. Fu l’unica bambina di quel convoglio a tornare, nell’estate del 1945.
Come molti, a lungo non parlò della prigionia, ma dopo 45 anni di silenzio assoluto decise di essere testimone attiva della Shoah; dal 1990 è molto attiva e, come lei stessa dice, “Le scuole restano il mio luogo del cuore, perché è lì che ci sono i miei nipoti ideali”.
Il 19 gennaio 2018 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha nominata Senatrice a vita: la bambina di un tempo ridotta a un individuo senza identità entra oggi nella più importante Istituzione della Repubblica.
Il suo ruolo la espone al mai sopito razzismo di molti, ma ciò la rafforza nella sua attività di testimone e di simbolo degli autentici valori costituzionali: per questo è una Giusta.

Motivazione indicata nella targa commemorativa:

“Sopravvissuta alla Shoah, Senatrice a vita, per la continua testimonianza e la lotta contro odio e razzismo”


FRATEL ETTORE BOSCHINI

Onorato nel Giardino di Bovisio Masciago nel marzo 2020

Ettore Boschini nacque in una famiglia di agricoltori a Roverbella (Mantova), il 25 marzo 1928; a causa della difficile situazione economica familiare, da adolescente dovette lasciare la scuola per lavorare nei campi e nelle stalle. A 24 anni sentì la vocazione, e decise di entrare nell’Ordine dei Camilliani, pronunciando i voti temporanei come fratello il 2 ottobre 1953: fu destinato, negli anni Settanta, alla clinica camilliana “San Pio X” di Milano, e venne a contatto con i più umili e i più disperati.
Per aiutare maggiormente i senzatetto, gli immigrati, gli emarginati, i diseredati e i dimenticati istituì i “Rifugi”, luoghi ospitali e di soccorso, attraendo via via un crescente numero di volontari. Morì il 20 agosto 2004, e ad oggi è in corso il processo di beatificazione.
Superando incomprensioni, difficoltà, ostilità e minacce, Fratel Ettore divenne un simbolo di autentica solidarietà: per questo fu un Giusto.

Motivazione indicata nella targa commemorativa:

“Quello che aiuta i poveri” per essersi fatto lui stesso dimora per chi una casa non aveva.


MARTIN LUTHER KING

Onorato nel Giardino di Bovisio Masciago il 31.03.2019

Martin Luther King Jr., nato Michael King Jr. (Atlanta, 15 gennaio 1929 – Memphis, 4 aprile 1968), è stato un pastore protestante, politico e attivista statunitense, leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani.
Il suo nome viene accostato per la sua attività di pacifista a quello di Gandhi, il leader della non violenza della cui opera King è stato un appassionato studioso, e a Richard Gregg, primo americano a teorizzare organicamente la lotta non violenta. L’impegno civile di Martin Luther King è condensato nella Letter from Birmingham Jail (Lettera dalla prigione di Birmingham), scritta nel 1963, e in Strength to love (La forza di amare) che costituiscono un’appassionata enunciazione della sua indomabile crociata per la giustizia.
Unanimemente riconosciuto apostolo instancabile della resistenza non violenta, eroe e paladino dei reietti e degli emarginati, “redentore dalla faccia nera”, Martin Luther King si è sempre esposto in prima linea affinché fosse abbattuto nella realtà americana degli anni cinquanta e sessanta ogni sorta di pregiudizio etnico. Ha predicato l’ottimismo creativo dell’amore e della resistenza non violenta, come la più sicura alternativa sia alla rassegnazione passiva che alla reazione violenta preferita da altri gruppi di colore, come ad esempio i seguaci di Malcolm X.

Motivazione indicata nella targa commemorativa:

“Leader del movimento per i diritti civili degli afroamericani, pacifista e praticante della resistenza non violenta.”


DON LUIGI CIOTTI 

Onorato nel Giardino di Bovisio Masciago il 31.03.2019

Pio Luigi Ciotti (Pieve di Cadore 10 settembre 1945) iniziò a frequentare il gruppo parrocchiale di Torino da cui nel ’65 nacque il Gruppo Abele, per aiutare disadattati e tossicodipendenti, istituire progetti educativi nelle carceri minorili e creare comunità per adolescenti.
Sacerdote dal ’72, è un vero e proprio “prete di strada” attivo non solo nella lotta alla dipendenza da droghe, alcol e gioco d’azzardo, ma anche nell’aiuto alle vittime di prostituzione e tratta delle donne, oltre che nell’integrazione di migranti, specialmente adolescenti.
Nel ’95 fondò l’associazione contro le mafie Libera, che promuove un cambiamento etico, sociale e culturale allo scopo di spezzare alla radice i fenomeni mafiosi ed affini , tramite percorsi educativi in scuole e università, il recupero delle terre confiscate alle mafie e il sostegno alle famiglie vittime della criminalità organizzata.

Motivazione indicata nella targa commemorativa:

“Fondatore del Gruppo Abele e di Libera. Per il sostegno agli emarginati e la lotta alle mafie.”


LEA GAROFALO 

Onorata nel Giardino di Bovisio Masciago il 31.03.2019

Lea Garofalo nasce il 24 aprile 1974 a Petilia di Policastro, in provincia di Crotone, in una famiglia affiliata alla ‘Ndrangheta. A soli 35 anni, la sera del 4 novembre 2009, viene assassinata per aver cercato di opporsi alle attività mafiose del compagno e della sua famiglia. 
Se Lea ha avuto il coraggio di scegliere, noi dobbiamo avere il coraggio di ricordarla senza tentennamenti. Lo dobbiamo a Lea e a sua figlia Denise. Lo dobbiamo a noi stessi.” – Frase tratta dall’intervento di Daniela Marcone, coordinatrice nazionale di Libera Memoria.

Motivazione indicata nella targa commemorativa:

“Testimone di giustizia, per aver avuto il coraggio di opporsi alla spietata logica della ‘ndrangheta”


LAURA CONTI 

Onorata nel Giardino di Bovisio Masciago il 25.11.2018

Partigiana, medico, ambientalista e politica italiana. È considerata la madre dell’Ecologismo italiano. Nata a Udine, si trasferisce a Milano per frequentare la facoltà di Medicina. Nel gennaio del 1944 entra a far parte del Fronte della gioventù per l’indipendenza nazionale e per la libertà di Eugenio Curiel. Il 4 luglio viene arrestata; dopo un breve periodo a San Vittore, viene internata nel Campo di transito di Bolzano. Riesce fortunosamente ad evitare la deportazione in Germania. Da questa esperienza nasce il romanzo “La condizione sperimentale”.
Tornata libera, consegue la laurea in Medicina. A Milano attua anche il suo impegno politico: Si iscrive dapprima allo PSIUP, quindi dal 1951 al PCI e tra il 1960 e il 1970 è consigliera alla Provincia di Milano e nel decennio successivo alla Regione. È segretaria della Casa della Cultura, fonda e dirige l’Associazione “Gramsci”, partecipa alla fondazione della “Lega per l’ambiente” (oggi Legambiente) di cui sarà presidente del Comitato scientifico. Frequenta fin dagli inizi del 1970 “Medicina democratica”, il centro di controinformazione sulla salute e sulla nocività in fabbrica fondato da Giulio Maccacaro. Intorno alla rivista «Sapere» si riunivano scienziati e intellettuali che cominciavano a tessere i primi collegamenti tra posto di lavoro e diritto alla salute, tra economia e diritto all’ambiente. Nel 1987 è eletta alla Camera dei Deputati.
L’ambientalismo di Laura Conti aveva una componente antica, una componente di forte umanità che affondava le sue radici nell’esperienza della Resistenza, con un’attenzione all’uomo e alla natura. Laura Conti è stata una divulgatrice infaticabile. Le piaceva ripetere: “Non sono una scienziata, ma una studiosa dei problemi ecologici. Pur trovando affascinante lo studio, penso che sia importante anche agire ed operare. Per questo motivo ho deciso di fare politica: non basta studiare, bisogna anche darsi da fare”. Si avvicinò alle scienze biologiche e all’ecologia quando le questioni ambientali non erano per nulla nell’agenda politica istituzionale. Il suo approccio a questi temi fu di grande originalità: con grande anticipo sulle riflessioni circa la “sostenibilità” ambientale e sociale delle scelte industriali, economiche e politiche, Laura pose come primaria la relazione fra politica e ricerca tecnologica e scientifica. Non ebbe mai alcuna remora a prendere posizioni contrarie a quelle ufficiali del partito in cui militava, come avvenne per esempio nella questione del nucleare, decisamente avversato, in contrasto con quanto sostenuto dal PCI. Il metodo che Laura Conti adottava nel lavoro politico richiedeva l’analisi dei problemi ambientali, condotta attraverso la valutazione di tutta la documentazione disponibile, quindi il coinvolgimento della popolazione nella ricerca di una soluzione che fosse scientificamente efficace, ma anche socialmente accettata. Adottò questo approccio anche nel 1976 durante l’emergenza della nube tossica sviluppatasi a Seveso dagli impianti Icmesa. Laura Conti è all’epoca consigliere regionale e non risparmia il suo aiuto e la sua vicinanza agli abitanti di Seveso.
Seveso divenne per lei la dimostrazione paradigmatica degli errori nell’uso del territorio: «della mancanza di controlli pubblici contro lo strapotere degli interessi privati, dell’impotenza della pubblica amministrazione di un paese, pur industriale e civile, come l’Italia, di fronte a un disastro ecologico imprevisto, ma non imprevedibile».
Laura Conti ha fatto capire agli italiani che, oltre all’ecologia delle piante e degli uccelli, conta anche quella delle fabbriche, dei lavoratori, delle periferie urbane. Divenne così una figura chiave del nascente movimento ambientalista italiano. Non semplificò mai una materia di per sé complessa e articolata, ma tenne sempre come punto fisso un principio semplice: per occuparsi di politica ambientale è necessario accostare alla sensibilità sociale il sapere scientifico.
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Con le pubblicazioni “Visto da Seveso” e “Una lepre con la faccia di bambina” la popolarità di Laura Conti varca i confini nazionali. Il 24 giugno 1982, Bruxelles approva la direttiva sui rischi di incidenti connessi con determinate attività industriali che verrà battezzata “Direttiva Seveso”. 
Muore il 25 maggio 1993.

Motivazione indicata nella targa commemorativa:

“Partigiana, medico, ambientalista, parlamentare, per essersi impegnata durante il disastro ICMESA del 1974 e per la causa ambientale in Italia”


KENULE BEESON SARO-WIWA detto Ken 

Onorato nel Giardino di Bovisio Masciago il 25.11.2018

Scrittore eclettico, esordisce come drammaturgo durante il periodo universitario, per dedicarsi poi alla narrativa, con Forest of Flowers (la sua prima opera pubblicata in Italia con il titolo Foresta di fiori) e Sozaboy, 1985, ed alla televisione; il segno di questa produzione letteraria e televisiva può essere trovato nel felice equilibrio tra il tentativo di dare una forma “accademica” a un inglese raramente considerato degno di indagine (il cosiddetto Pidgin) e l’intrattenimento popolare. Al lavoro artistico Saro-Wiwa affianca subito un impegno nella vita pubblica che lo vede ricoprire dapprima ruoli istituzionali negli anni settanta (nell’autorità portuale e nella pubblica istruzione del Rivers State) per poi porsi in aperto contrasto con le stesse autorità statali e con il governo federale della Nigeria.
Fin dagli anni ottanta infatti Saro-Wiwa si fa portavoce delle rivendicazioni delle popolazioni del Delta del Niger, specialmente della propria etnia Ogoni maggioritaria nella regione, nei confronti delle multinazionali responsabili di continue perdite di petrolio che danneggiano le colture di sussistenza e l’ecosistema della zona.
Nel 1990 si fa promotore del Movimento per la Sopravvivenza del Popolo Ogoni (Movement for the Survival of the Ogoni People); il movimento, caratterizzato da metodi non violenti, ottiene risonanza internazionale con una manifestazione di 300.000 persone che Saro-Wiwa guida al suo rilascio da una detenzione di alcuni mesi comminata senza processo.
Arrestato una seconda e una terza volta nel maggio del 1994, con l’accusa di aver incitato all’omicidio di alcuni presunti oppositori del MOSOP, Ken Saro-Wiwa viene impiccato con altri 8 attivisti del MOSOP frettolosamente prima della scadenza di eventuali ricorsi alla condanna, al termine di un processo che ha suscitato vive proteste da parte dell’opinione pubblica internazionale e delle organizzazioni per i diritti umani. Prima che venisse impiccato, Saro-Wiwa disse «Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua». Nell’aprile del 1995, mentre è in carcere in attesa del processo, gli viene conferito il premio Goldman Environmental Prize, in riconoscimento della sua attività in favore dell’ambiente.
Nel 1996 Jenny Green, avvocato del Center for Constitutional Rights di New York avviò una causa contro la Shell per dimostrare il coinvolgimento della multinazionale petrolifera nell’esecuzione di Saro-Wiwa. Il processo ha poi avuto inizio nel maggio 2009, e la Shell ha subito patteggiato accettando di pagare un risarcimento di 15 milioni e mezzo di dollari (11,1 milioni di euro).  La Shell ha però precisato che ha accettato di pagare il risarcimento non perché colpevole del fatto ma per aiutare il “processo di riconciliazione”.  Secondo gli ambientalisti, invece, documenti confidenziali della Shell dimostrerebbero il coinvolgimento della compagnia petrolifera nelle violazioni dei diritti umani in Nigeria. Nel commentare il risarcimento, il figlio dello scrittore Ken Saro-Wiwa Jr. (Ken Wiwa), al tempo assistente speciale del Presidente della Nigeria per gli Affari Internazionali, la Pace, la Risoluzione dei Conflitti e le Riconciliazioni, dichiarò: «Penso che mio padre sarebbe felice di questo risultato», aggiungendo poi che «il fatto che la Shell sia stata costretta a patteggiare, per noi è una chiara vittoria».  
Motivazione indicata nella targa commemorativa:
“Scrittore, poeta, ambientalista, per aver difeso il territorio del Delta del Niger e l’etnia Ogoni”